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domenica 8 novembre 2015

LE GIRAVOLTE DEL PARTITO "DEMOCRATICO" SUI DIRITTI DEI MILITARI


Gira voce che per la riforma della rappresentanza militare la maggioranza voglia proporre una legge che disattenda ancora le indicazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo. Pare che non si voglia riconoscere la libertà sindacale e nemmeno la libertà di associazione ma che vogliano ancora sottomettere i militari ad una autorizzazione del Ministro della Difesa per organizzarsi liberamente.

Alcuni spunti sulle posizioni del PD quando era all'opposizione. Qui sotto una lettera del 2009 della Pinotti a La Stampa in merito alla sua proposta di legge di allora; l'attuale Ministra della difesa all'epoca scriveva “Soprattutto, viene garantito ai militari il diritto di associazione.”

Qui sotto c’è il resoconto di un convegno del PD (“I militari e i diritti“!!!!) con l’allora responsabile del settore Difesa Pinotti (Il PD è per la libertà  di associazione non vincolata ad autorizzazioni del ministro.) e del segretario pro-tempore del PD Franceschini (Il diritto di associazione deve essere riconosciuto senza bisogno di alcuna autorizzazione.)

A questo link il loro DDL presentato nel 2008; l’art. 12 prevedeva la libertà di costituire associazione senza alcuna autorizzazione ministeriale e l’art. 18 prevedeva l’abrogazione del divieto di iscriversi ad associazione professionali.

Come si vede ci sarebbe un’assoluta contraddittorietà tra le loro posizioni quando erano all'opposizione (libertà associativa piena ed assoluta) e di adesso che sono  al governo (associazioni solo autorizzate).

Ma il massimo dell’incoerenza lo si vede leggendo il loro programma politico approvato dall’assemblea nazionale del Pd  a Roma il  4 e 5 febbraio 2011 (lo puoi trovare nel loro archivio http://archive.partitodemocratico.it/doc/202916). Al capitolo 2 (Un nuovo modello di sicurezza per l’Italia) si trovano queste perle:
“…Il PD propone di costruire un nuovo modello organizzativo, funzionale e ordinamentale tra Forze di polizia e Forze armate: le prime a ordinamento civile con funzioni di sicurezza interna; le seconde a ordinamento militare con funzioni di difesa esterna. Le Forze di polizia hanno ordinamento civile, operano per la tutela interna dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica, contrastano la criminalità comune e organizzata, il terrorismo, l’eversione e la violenza politica. La responsabilità politica è del Ministro dell’Interno.

Le Forze armate hanno ordinamento militare, operano per la difesa dell’indipendenza e dell’integrità nazionale. La responsabilità politica è del Ministro della Difesa. Per le Forze armate è necessario prevedere maggiori forme di rappresentanza sindacale per renderle più democratiche e più vicine ai cittadini…

Quando sono all’opposizione dicono di volere di diritti sindacali anche per i militari, quando sono al governo li negano!!!Le solite giravolte…


mercoledì 2 aprile 2014

ANCHE LA PROVINCIA DI TORINO DISCRIMINA I FINANZIERI?

Il 4 febbraio scorso nel Consiglio Provinciale è avvenuta una discussione finalizzata ad esprimere solidarietà alle Forze dell’ordine, dopo i noti avvenimenti del 9 dicembre 2013 in concomitanza con la cd protesta dei forconi.
Dall’iniziativa è scaturita una mozione di solidarietà di tutti i capigruppo (vedi qui sotto), che chiedeva anche l’audizione dei rappresentanti del personale delle Forze di polizia, sia dei sindacati di Polizia che dei Cobar della Guardia di finanza e dei Carabinieri.
 
CONSIGLIO PROVINCIALE DI TORINO
All. N. 489 al punto f bis) dell'o.d.g.
MOZIONE APPROVATA DAL CONSIGLIO PROVINCIALE AVENTE QUALE OGGETTO:
“SOLIDARIETA’ ALLE FORZE DELL’ORDINE”.
N. Protocollo: 1113/2014
PRESO ATTO CHE
negli ultimi mesi vari e gravi episodi si sono susseguiti in cui le forze dell’ordine sono dovuti intervenire con grande dispendio di uomini e di mezzi.
Le manifestazioni sono sfociate in alcuni casi in episodi violenti con danneggiamento di beni pubblici e privati
RILEVATO
che da tempo i rappresentanti sindacali dei lavoratori di Polizia e delle FFAA militari denunciano situazioni di difficoltà operativa in conseguenza di:
_ tagli al personale;
_ turnazioni con straordinari non preventivabili, né talvolta rimborsati;
_ difficoltà nelle progressioni di carriera;
_ usura e scarsità dei mezzi utilizzati nei servizi di ordine pubblico, spesso addirittura con difficoltà nel reperimento del carburante;
_ forte stress degli uomini sottoposti a tensioni ed azioni di vera e propria guerriglia.
ESPRIMONO
_ la solidarietà alle forze dell’ordine per il lavoro teso alla difesa dei cittadini e della democrazia;
_ ferma condanna per qualsiasi forma di violenza e danneggiamento delle proprietà pubbliche e private.
TUTTO CIO’ PREMESSO
IMPEGNANO IL PRESIDENTE E IL CONSIGLIO PROVINCIALE
ad invitare i rappresentanti sindacali dei lavoratori della Polizia e i rappresentanti delle FFAA militari (COBAR e COIR) per un approfondimento delle problematiche operative in città e su tutto il territorio provinciale.
Torino, 4 febbraio 2014
 
Per quanto riguarda i poliziotti, l’audizione si è svolta il 4 marzo scorso. http://siaptorino.blogspot.it/2014/03/conferenza-dei-capigruppo-provincia-di_4.html
Invece l’audizione dei Finanzieri e dei carabinieri, anche se era stata convocata per il 24 marzo come si legge qui sotto,  non è mai avvenuta.
Torino, 19 marzo 2014
Al Presidente della Provincia
Al Vice Presidente della Provincia
Ai Vicepresidenti Consiglio
Ai Capigruppo Consiliari
Loro Sedi
OGGETTO: Convocazione Conferenza Capigruppo.
Si convocano i Signori Capigruppo Consiliari e i Vicepresidenti del Consiglio, il giorno
Lunedì 24 marzo 2014
alle ore 12.30
presso la Sala Stucchi - Palazzo Cisterna
Ordine del Giorno:
1. Comunicazioni del Presidente
2. Audizione rappresentanti del COBAR della Guardia di Finanza e dei Carabinieri in merito ad un approfondimento delle problematiche operative sul territorio provinciale
3. Varie ed eventuali
Il Presidente del Consiglio
INSPIEGABILMENTE l’audizione è stata infatti immediatamente revocata dal Presidente del Consiglio provinciale, Sergio Bisacca (PD):
Torino, 19 marzo 2014
Al Presidente della Provincia
Al Vice Presidente della Provincia
Ai Vicepresidenti Consiglio
Ai Capigruppo Consiliari
Loro Sedi
OGGETTO: Convocazione Conferenza Capigruppo. REVOCATA
Si convocano i Signori Capigruppo Consiliari e i Vicepresidenti del Consiglio, il giorno
Lunedì 24 marzo 2014
alle ore 12.30
presso la Sala Stucchi - Palazzo Cisterna
Ordine del Giorno:
1. Comunicazioni del Presidente
2. Audizione rappresentanti del COBAR della Guardia di Finanza e dei Carabinieri in merito ad un approfondimento delle problematiche operative sul territorio provinciale
3. Varie ed eventuali
Il Presidente del Consiglio
Tale repentino cambio di programma, in sostanza si traduce nella ennesima discriminazione tra servitori dello Stato, quali sono le Fiamme Gialle torinesi.
E’ una vicenda analoga al rifiuto da parte del Tribunale di Torino di ammettere il CoBaR Gdf tra le parti civili del processo cd no tav, mentre i rappresentanti dei poliziotti vennero ammessi: anche quella volta lavoratori in divisa, che svolgono lo stesso servizio, sono stati giudicati in maniera discriminatoria.
L’ultimo caso appare ancora più grave poiché si tratta di un organo politico, il consiglio provinciale, che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini torinesi; purtroppo alcuni di questi cittadini in divisa sono invece considerati di serie B.
Un gran brutto finale per la sopprimenda istituzione provinciale.

domenica 30 marzo 2014

COCER GDF A COTTARELLI: "L'ITALIA NON E' LA FINLANDIA". (LO SAPPIAMO, PURTROPPO)


Leggo:

http://www.iltempo.it/politica/2014/03/28/anche-la-finanza-boccia-cottarelli-1.1234419


Faccio mio l'ironico  commento di un amico Finanziere:


"Finalmente una rappresentanza militare che esce dall’ambito ristretto cui la legge e le stringenti interpretazioni l’hanno da sempre relegata. Finalmente entra nel ventre del Paese, delle sue problematiche e va in Europa a prendere riferimenti per sparare a zero su un commissario incaricato dal Governo.
L’Italia non è la Finlandia, questa ha meno poliziotti perché il tasso di criminalità è di gran lunga inferiore. Quindi, più aumenteranno i delinquenti, più cresceranno il numero dei poliziotti, più si evade e più finanzieri si arruoleranno, le polizie nazionali arriveranno anche a dieci se il tasso della criminalità dovesse crescere ancora. “La sicurezza è una risorsa per i cittadini e non un costo per il Paese”. Occorre “…tirare fuori le inefficienze e le patologie che affliggono le migliaia di società a partecipazione pubblica del nostro Paese”.
Darei un’occhiata anche più vicino, non si puo’ mai sapere. Chiederei poi ai finlandesi se per ogni poliziotto in strada ne hanno cinque in ufficio a monitorare, a fare convegni, magari a punire, a giudicare, etc., etc. l’operato di quel mal capitato addetto al contrasto della criminalità in crescita, di gran lunga più agguerrita, ben pagata e soprattutto motivata."

lunedì 10 marzo 2014

L'INUTILITA' DEI COMANDI REGIONALI ED INTERREGIONALI

 
Le valutazioni qui sotto valgono naturalmente anche per la Guardia di finanza che ha scopiazzato la struttura organizzativa dei Carabinieri
 
 
INDAGINE CONOSCITIVA SULLO STATO DELLA SICUREZZA IN ITALIA

Nota
L’assetto delle forze di polizia in Italia:
i problemi esistenti e le prospettive di riforma

Mario Savino

 
3. L’organizzazione

Sotto il profilo strutturale, la differenza principale tra la Polizia di Stato e l’Arma dei

carabinieri riguarda l’articolazione territoriale dei rispettivi apparati. La polizia presenta un

assetto organizzativo tipo articolato in:

- questure (103), uffici provinciali alle dirette dipendenze del questore

- commissariati di pubblica sicurezza (360), uffici locali dipendenti dalle questure

- posti fissi (17), uffici locali o circoscrizionali, dipendenti dai commissariati o direttamente

dalle questure.

Accanto a questi uffici esistono numerosissimi reparti di specialità (907) e reparti di

prevenzione del crimine (10), aventi anch’essi funzioni finali, nonché uffici con funzioni

strumentali e di supporto (quali le strutture formative, sanitarie, ecc.) ed uffici con funzioni

ispettive e di controllo.

L’assetto territoriale dei carabinieri è, invece, molto più complesso, poiché prevede:

- comandi interregionali (5)

- comandi regionali (19)

- comandi provinciali (102)

- comandi intermedi (538 compagnie o gruppi, 36 tenenze e 17 reparti territoriali)

- comandi di stazione (4.632)16


Dalla comparazione emergono due dati. Il primo, qualitativo, è che la polizia non frappone

tra l’ufficio di direzione centrale (il Dipartimento per la pubblica sicurezza) e gli uffici operativi

provinciali (le questure) alcun livello di direzione e coordinamento17. Al contrario,


l’organizzazione militare dell’Arma dei carabinieri prevede la presenza di comandi sia

interregionali che regionali. Nella prospettiva di una razionalizzazione, occorrerebbe, perciò,

valutare l’effettiva utilità di questi comandi interregionali e regionali, che non solo appaiono

poco congruenti con la dimensione provinciale delle funzioni operative, ma rischiano anche –

data l’asimmetria nell’articolazione territoriale – di complicare l’attività di coordinamento con
il corpo di polizia civile svolta dalle questure18.

http://www.irpa.eu/wp-content/uploads/2011/06/Savino-Forze-di-polizia.pdf

martedì 18 febbraio 2014

RENZI, SE IL PAESE HA BISOGNO DI CAMBIAMENTI, PER IL COMPARTO SICUREZZA E DIFESA SERVE GENTE NUOVA



Matteo Renzi rappresenta una delle ultime possibilità che ha questo paese di risollevarsi dalla crisi e fare quelle riforme strutturali che tutti, a chiacchiere, dicono di volere ma che poi ,nella realtà, nessun Governo è riuscito a fare perché ostaggio della burocrazia e delle corporazioni.

Il comparto sicurezza e difesa è uno dei settori del pubblico impiego più arretrati, autoreferenziali e refrattari ad ogni tipo di cambiamento, lo dimostra il fatto che si discute ancora di riordini delle carriere con logiche di trenta anni fa.

E’ uno dei settori che ha più bisogno di Ministri nuovi che non siano già stati culturalmente “fagocitati” dalla estremo conservatorismo del settore.

A leggere i nomi dei papabili per il dicastero della Difesa, sembra però che anche Matteo Renzi, al pari dei precedenti leader del PD, abbia intenzione di cambiare tutto tranne il comparto sicurezza e difesa.

RENZI: CINQUE POLIZIE SONO TROPPE

Questo il programma di Matteo Renzi alle primarie del 2012. Avrà ancora le stesse idee o saranno cambiate in poco + di un anno?

 
a. Riduzione del numero delle forze di polizia.



5 sono troppe (polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria, forestale e le varie polizie marittime). Per rendere più efficiente il sistema sicurezza non bisogna portare avanti solo una politica di tagli, ma quella della riorganizzazione investendo non tanto sul numero degli uomini quanto sulla loro specializzazione, sull'intelligence e sulle nuove tecnologie. Bisogna poi avere un solo numero per l'emergenza unificando tutti quelli esistenti. Un ruolo importante spetta alle polizie municipali, per la loro azione di "polizia di comunità e di prossimità".



DAL SITO http://www.matteorenzi.it/idee/10-idee/122-la-garanzia-della-sicurezza

venerdì 16 novembre 2012

LE SCHIZOFRENICHE POSIZIONI POLITICHE DEL PARTITO DEMOCRATICO SUI DIRITTI CIVILI DEI MILITARI ITALIANI



Tra pochi giorni si svolgeranno le elezioni primarie del centrosinistra per scegliere quale sarà il capo della coalizione elettorale che, sondaggi alla mano, potrebbe avere la responsabilità di formare il prossimo governo.

I due contendenti più accreditati per la vittoria appartengono entrambi al Partito Democratico, la formazione politica di gran lunga più rappresentativa dello schieramento; come noto si tratta del segretario, Pierluigi Bersani, e del sindaco di Firenze, Matteo Renzi.

Può essere interessante andare a vedere quale sia attualmente la posizione ufficiale del Partito per quanto riguarda un argomento che sta a cuore all’associazione FICIESSE, ossia i diritti civili nel mondo militare e specificatamente la libertà sindacale.

A tal riguardo è utile fare riferimento alle proposte programmatiche approvate dall’assemblea nazionale del PD nel febbraio del 2011. Tra esse vi si trova quella dedicata alla politica sulla sicurezza e difesa (http://www.partitodemocratico.it/Allegati/SICUREZZA_definitivo.pdf) nella quale, al paragrafo 2 “Un nuovo modello di sicurezza per l’Italia” tra l’altro vi si trova la seguente affermazione: ”Per le Forze armate è necessario prevedere maggiori forme di rappresentanza sindacale per renderle più democratiche e più vicine ai cittadini.

Ottimo proposito per una forza politica che già dal nome si definisce per l’appunto democratica! Peccato tuttavia che tale affermazione non sia purtroppo seguita da altrettanta coerenza nei comportamenti parlamentari.

Infatti, il 6 novembre scorso al Senato è stato approvato il DDL 3271 recante la delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale; in sede d’esame di tale provvedimento sono stati presentati vari emendamenti, tra i quali il nr. 1.0.3. dei senn. Radicali Perduca e Poretti che intendeva estendere a tutti i militari italiani le libertà sindacali previste per i colleghi della Polizia di Stato.

Ebbene, tale emendamento è stato respinto a larghissima maggioranza: 221 contrari, 12 favorevoli, 1 astenuto; questi i solitari parlamentari che si sono espressi favorevolmente: oltre ai Radicali Perduca e Bonino, anche i Senatori IDV Bugnano, Caforio, Carlino, De Toni, Giambrone, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, e Pedica.

Ed il PD? Malgrado quanto affermato nel loro programma, i Senatori “democratici” hanno votato massicciamente ed immotivatamente in modo contrario; unica eccezione la Senatrice PD Silvana Amati, membro tra l’altro della Commissione Difesa, la quale, forse per scrupolo “democratico” o in quanto componente della Commissione parlamentare per i diritti umani, non se l’è sentita di votare contro le libertà civili dei militari italiani e quindi si è pudicamente astenuta.

Non è purtroppo la prima volta che il Partito Democratico, alla prova dei fatti sul campo dei diritti civili per i militari, si discosta nettamente dai principi democratici ai quali, a parole, invece fa riferimento, in continuità con le peggiori tradizioni dei politici italiani.

Sarebbe interessante conoscere sul punto la posizione dei due principali avversari alle primarie del centrosinistra, considerato che uno è il Segretario del partito stesso, mentre l’altro si propone come un suo riformatore. Tuttavia mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo e resterà con tutta probabilità un mero auspicio.

giovedì 8 novembre 2012

DIFESA, COMELLINI (PDM): REVISIONE DELLO STRUMENTO MILITARE: SENATO SALVA AFFARI DEI GENERALI E PAGHETTA DEI CAPPELLANI MILITARI ALLA FACCIA DEI MILITARI AMMALATI O MORTI PER VACCINI E URANIO


Roma - "Nell'ambito della discussione del ddl 3271 (revisione dello strumento militare) prima la Commissione bilancio del Senato rinventandosi il senso dell'articolo 81 della Costituzione per cassare degli emendamenti presentati dai senatori radicali Perduca e Poretti che in realtà avrebbero introdotto dei tagli di indennità dei vertici e sprechi, poi è stata la volta dei relatori e del Governo che li hanno sistematicamente bocciati. - Dichiara Luca Marco Comellini, Segretario del Partito per la tutela dei Diritti di Militari e Forze di polizia (Pdm) - Per rendere concreto il processo di revisione dello strumento militare - prosegue Comellini - si sarebbero dovuti tagliare gli sprechi nell'interesse del paese mentre, invece, il Senato ha posto particolare attenzione a non urtare determinate sensibilità, salvando così gli interessi dei generali o comunque gli affari dei vertici militari senza considerare che il complesso degli emendamenti proposti avrebbe portato nelle casse dello Stato oltre 4,5 miliardi di risparmi. E' chiaro che ciò che per noi è ovvio e logico non lo è per la partitocrazia in cui militano e sono presenti proprio gli ex generali. Spiace inoltre che la presidenza del Senato abbia dichiarato inammissibile l'emendamento presentato dai senatori radicali Perduca e Poretti volto a porre il trattamento economico dei cappellani militari a carico della chiesa e non del bilancio della Difesa. L'emendamento era stato accantonato nella discussione antimeridiana a seguito dell'acceso dibattito ed era ammissibile fino alla ripresa dei lavori pomeridiana ma poi è stato poi dichiarato inammissibile perché a seguito dell'interpretazione dell'ultimo momento fatta dagli esperti della presidenza andrebbe ad incidere sui patti tra lo Stato Italiano e il Vaticano. Una interpretazione di comodo quella della presidenza. Una dichiarazione di inammissibilità intervenuta "in extremis" per evitare il rischio che l'emendamento fosse approvato e che quindi la casta dei cappellani perdesse i suoi privilegi e i benefici per oltre 10 milioni di euro che gli pagano i cittadini italiani. - Conclude il Segretario del PdM - Ancora una volta il pressapochismo della politica dei politicanti si è rivelato in tutta la sua assurdità salvando gli affari dei generali e la paga dei cappellani militari e ignorando i reali sprechi e le esigenze dei militari tra cui quelli ammalatisi o morti a causa dei vaccini e dell'uranio."



giovedì 26 luglio 2012

I BEI TEMPI DELLA PRIMA REPUBBLICA...



...quando nel 1976 in Commissione Difesa alla Camera si trattava della legge di principio sulla disciplina militare (poi diventata la legge 382/1978) ma la Commissione Affari Costituzionali, presieduta niente di meno che dall'On. Nilde Iotti, volle fare l'esame congiunto perchè l'argomento era troppo importante e delicato ed i politici sapevano di cosa si parlava.
Oggi che siamo nella seconda (o terza) Repubblica, quella dei tecnici e degli ammiragli al Governo, i politici non sanno cosa votano ed allora meglio non invischiarsi troppo: come ha fatto l'attuale Commissione Affari Costituzionali del Senato, presieduta dal più modesto Sen. Carlo Vizzini, che ha dato parere non ostativo (a loro insaputa?) anche all'emendamento 3.1. del Sen. Ramponi per “dare carta bianca” al governo a ri-formare la rappresentanza militare.
p.s. ironia della storia: Carlo Vizzini è stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 1976.



Legislatura 16ª - 1ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 417 del 24/07/2012


(3271) Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale
(Parere alla 4a Commissione su testo ed emendamenti. Esame. Parere non ostativo con osservazioni sul testo; parere in parte contrario, in parte non ostativo con osservazioni e in parte non ostativo sugli emendamenti)

     Il presidente VIZZINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI), sostituendo provvisoriamente il relatore designato Battaglia, illustra il contenuto del disegno di legge, rimesso alla sede plenaria dalla Sottocommissione per i pareri, e propone di esprimere un parere non ostativo con osservazioni sul testo. Inoltre, propone di esprimere un parere contrario sugli emendamenti 1.2, 1.9 e 4.1 e un parere non ostativo con osservazioni sugli emendamenti 2.11 e 4.19. Sui restanti emendamenti propone di esprimere un parere non ostativo.

            Accertata la presenza del prescritto numero di senatori, la Commissione approva il parere proposto dal Presidente sul testo e sugli emendamenti, pubblicato in allegato.

martedì 24 luglio 2012

LE LIBERTA’ SINDACALI NELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO



Incontro di studi per magistrati “Il diritto del lavoro dell’Unione europea”,organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, in Roma, 16/18 gennaio 2012.

IL DIRITTO DEL LAVORO E DELLA PREVIDENZA SOCIALE NELLA  GIURISPRUDENZA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO
E NEL DIALOGO “MULTILEVEL” TRA LE CORTI.

di Francesco Buffa

(magistrato del Massimario della Corte di Cassazione, attualmente in servizio allaDivisione 2.3 della Corte europea dei diritti umani, nel quadro dell'Exchange Program dell' European judicial training network).

7.7. LIBERTA’ SINDACALI (stralcio)

Numerose sentenze della Corte hanno riguardato le libertà sindacali.
Per quanto riguarda il diritto di concludere contratti collettivi, la Corte aveva in
passato dichiarato, in un primo momento, che l'articolo 11 non prevede un
trattamento speciale ai sindacati e, in particolare, non garantisce loro il diritto di concludere contratti collettivi (Syndicat suédois des conducteurs de locomotives,§ 37, série A no 20, § 39; Schmidt et Dahlström c. Suède, arrêt du 6 février 1976, § 36, série A no 21).
In particolare, il caso Schmidt et Dahlström c. Suède, no 5589/72, 6 febbraio
1976, riguardava un militare ed un professore di diritto presso l'Università di
Stoccolma che lamentavano che, in sede di rinnovo contrattuale (operato all’esito di alcuni scioperi che avevano interessato solo alcuni sindacati, ma non anche quello cui essi erano affiliati) era stata negata ai lavoratori nelle loro condizioni la retroattività di alcuni benefici; tali benefici erano stati infatti concessi agli iscritti dei sindacati partecipanti alle azioni collettive e negati invece ai dipendenti membri del sindacato (quale quelli dei ricorrenti, pur federati nell’ambito di organizzazione che rappresentava in genere i dipendenti dello Stato svedese) che non avevano partecipato agli scioperi.
La Corte ha escluso la violazione dell’art. 11 della Convenzione, considerando che la norma esige solo che la legislazione nazionale consenta ai membri del sindacato
la lotta attraverso il canale delle loro organizzazioni per difendere i loro interessi
professionali, laddove nel caso il rinnovo contrattuale non rivelava che i ricorrenti
avessero perso questa capacità.
Nell’altro caso sopra richiamato, Syndicat suédois des conducteurs de locomotives
c. Svezia, n. 5614/726 febbraio 1976, la Corte ha ritenuto che il semplice fatto del
rifiuto datoriale di stipulare dei contratti collettivi non violasse l’art. 11 della
Convenzione, ne’ violasse l’art. 14 ed il relativo divieto di discriminazione se,
come nella specie, la limitazione della contrattazione ad alcuni sindacati era basata
sul carattere di maggiore rappresentatività degli stessi, e dunque su ragioni
oggettive e scopo legittimo.
Oggi tale giurisprudenza è nelle linee di fondo in buona parte superata dalla
sentenza Demir e Baykara c. Turchia [GC], n. 34503/97, CEDU 2008.
In tale pronuncia della Grand Chambre, la Corte si è occupata del divieto fatto
a funzionari comunali di formare un sindacato e della soppressione con effetto
retroattivo del contratto collettivo firmato dal sindacato in questione.
Il caso riguardava il sindacato Tum Bel Sen, fondato da funzionari di vari
Comuni soggetti alla disciplina sul pubblico impiego; Tum Bel Sen aveva concluso
con la città di Gaziantep, per un periodo di due anni, un contratto collettivo, che
copriva gli aspetti delle condizioni di lavoro nei servizi del comune di Gaziantep,
inclusi gli stipendi, indennità e servizi di assistenza sociale.
I lavoratori avevano quindi agito in giudizio a tutela dei diritti loro riconosciuti
dal contratto collettivo, ma la Corte suprema nazionale, riformando la decisione
impugnata, aveva respinto la domanda, ritenendo che, se non vi erano ostacoli
giuridici alla realizzazione dei sindacati da parte dei funzionari, non era permesso a
questi di concludere contratti collettivi allo stato attuale della legge.
Nel giungere a questa conclusione, la Suprema Corte aveva ritenuto che il rapporto
lavorativo fosse stato diverso da quello tra datore di lavoro e il diritto dei
dipendenti comune e che la possibilità di contratto "contratto collettivo" tra i
sindacati dei servizi pubblici e l'amministrazione avrebbe dovuto trovare il
fondamento in una disposizione di legge speciale, nella specie mancante.
I lavoratori avevano quindi adito la CEDU, lamentando la violazione dell’art.
11 della Convenzione.
Occorre soffermarsi ora, pur brevemente, sulla sentenza resa dalla Corte, ove la
Grand Chambre ha fissato i contenuti del diritto protetto dall’art. 11 della
Convenzione.
La Corte ha intanto precisato che la possibilità di eventuali restrizioni per i membri delle forze armate, della polizia o dell'amministrazione dello Stato di cui all'articolo 11 va interpretata restrittivamente e deve essere limitato all’esercizio di tali diritti, e non può estendersi al diritto di organizzarsi.
Nell’interpretare la norma nazionale restrittivamente la Corte ha fatto riferimento
agli strumenti internazionali più rilevanti ed alla pratica degli Stati europei,
secondo un indirizzo ormai consolidato (Sigurdur A. Sigurjónsson contro l'Islanda,
il 30 Giugno 1993, § 35, serie A n. 264; Sørensen e Rasmussen c. Danimarca
[GC], 52562/99 e 52620/99, § 72-75, CEDU 2006; la stessa sentenza ha inoltre
precisato che non è necessario che lo Stato convenuto abbia ratificato tutti gli
strumenti pertinenti nel settore specifico). La Corte ha così concluso che i
dipendenti dell'amministrazione pubblica non potevano essere esclusi dal campo di applicazione dell'articolo 11, e che al più le autorità nazionali avrebbero potuto imporre "restrizioni legali", in conformità all'articolo 11 § 2.
In particolare, la Corte ha affermato che l'articolo 11 § 1 presenta la libertà
sindacale come una forma o un aspetto particolare della libertà di associazione
(Syndicat national de la police belge c. Belgique, 27 octobre 1975, § 38, série A n.
19, e Syndicat suédois des conducteurs de locomotives, § 37, série A no 20, § 39).
La Corte ha rilevato inoltre che se l'articolo 11 è destinato essenzialmente a
proteggere l'individuo da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche
nell'esercizio dei diritti in essa sanciti, esso può comportare anche l'obbligo
positivo di assicurare il godimento di tali diritti.
Secondo la disposizione dell'articolo 11, l’ingerenza dello stato nel godimento del
diritto protetto e’ consentita solo se "prevista dalla legge", persegue uno o più
scopi legittimi e "necessaria in una società democratica" per raggiungerli.
La Corte ha quindi rilevato che le eccezioni di cui all'articolo 11 devono essere interpretate restrittivamente, e che solo ragioni convincenti e interessanti possono giustificare restrizioni alla libertà di associazione. A giudicare l'esistenza di una "necessità" e quindi un "bisogno sociale imperioso" ai sensi dell'articolo 11 § 2, gli Stati hanno solo un limitato margine di apprezzamento, che resta sempre soggetto ad una   supervisione rigorosa europea (Yazar e altri c. Turchia, 22723/93 nostra,
22724/93 e 22725/93, § 51, CEDU 2002-II).
Per quanto riguarda il diritto alla contrattazione collettiva, la Corte ha
affermato che il contratto collettivo è un mezzo essenziale per promuovere gli
interessi del sindacato e che il diritto di stipulare contratti collettivi è riconosciuto a
livello internazionale per i lavoratori (specialmente OIL) nonché nella maggior
parte degli Stati del Consiglio d'Europa, sicché la cancellazione del contratto
collettivo non può ritenersi consentita in una società democratica.
Lo Stato contraente, se in linea di principio è libero di decidere quali azioni
intende intraprendere per garantire il rispetto dell'articolo 11, resta obbligato a
includere gli elementi ritenuti essenziali dalla giurisprudenza della Corte. Ora, allo
stato attuale della giurisprudenza della Corte, emergono i seguenti elementi
essenziali dei diritti sindacali: il diritto di formare un sindacato e di associarsi (Tüm
Haber Sen et Çınar c. Turquie, no 28602/95, §§ 36-39, CEDH 2006), il divieto di
accordi di monopolio sindacale (si veda, ad esempio, Sørensen et Rasmussen
c. Danemark [GC], nos 52562/99 et 52620/99, §§ 72-75, CEDH 2006), il diritto di
un sindacato di cercare di convincere il datore di lavoro per ascoltare cosa ha da
dire a nome dei suoi membri (Wilson, Sindacato Nazionale giornalisti e a., § 44,
ove la Corte ha dichiarato che, anche se la contrattazione collettiva non era
indispensabile per il godimento della libertà di associazione, poteva essere uno dei
modi di proteggere gli interessi dei membri del sindacato).
La Corte ritiene che questi principi non vanno intesi staticamente, essendo
destinati ad evolversi con gli sviluppi che caratterizzano il mondo del lavoro. A
questo proposito, va ricordato che la Convenzione è uno strumento vivo da
interpretare alla luce delle condizioni attuali, seguendo l'evoluzione del diritto
internazionale, al fine di una domanda crescente di tutela dei diritti umani.
Ciò implica una maggiore fermezza nel valutare le violazioni dei valori
fondamentali delle società democratiche e nel contempo la necessità di interpretare restrittivamente le limitazioni dei diritti umani, in modo da garantire una loro protezione concreta ed efficace (v., mutatis mutandis, Refah Partisi (Partito del
Welfare) e altri c. Turchia [ GC], n. 41340/98, 41342/98, 41343/98 e 41344/98, §
100, CEDU 2003-II; Selmouni c. Francia [GC], n. 25803/94, § 101, CEDU 1999-
V).
Alla luce di questi sviluppi, la Corte ha dichiarato che la sua vecchia
giurisprudenza, secondo la quale il diritto di negoziare e concludere contratti
collettivi non è un elemento intrinseco dell’art. 11, deve essere superata, per tener
conto degli sviluppi nel campo così come viene previsto dal diritto internazionale e
dai sistemi giuridici nazionali.
Di conseguenza, la Corte ha ritenuto, tenendo conto degli sviluppi nel diritto
del lavoro e delle pratiche internazionali e nazionali degli Stati contraenti in
materia, che il diritto alla contrattazione collettiva con il datore di lavoro è, in linea
di principio, diventato un elemento chiave del "diritto di formare e aderire ai
sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi" di cui all'articolo 11 della
Convenzione, anche se gli Stati restano liberi di organizzare il loro sistema per
riconoscere, eventualmente, uno status speciale ai sindacati rappresentativi. Come gli altri lavoratori, anche i dipendenti pubblici, salvo casi molto particolari, dovrebbero beneficiare di tali diritti, ma senza pregiudizio per gli effetti di "restrizioni legali" può essere imposto ai "membri dell'amministrazione dello Stato" ai sensi del L'articolo 11 § 2.
Alla luce dei principi sopra esposti, la Corte ha ritenuto che, nel caso di specie,
il sindacato Tum Bel Sen aveva il diritto di contrattare collettivamente con il datore
di lavoro del governo ed ha rilevato inoltre che l’accordo stipulato era stato
applicato in concreto per due anni in tutti i rapporti di lavoro all'interno del
Comune di Gaziantep. Secondo la Corte, l’esclusione del diritto di contrattazione
collettiva e l'annullamento retroattivo del contratto collettivo stipulato dall’Unione
hanno realizzato una ingerenza non necessaria in una società democratica, non
corrispondendo la limitazione ad un "bisogno sociale imperioso". Da qui la
violazione dell’art. 11 della Convenzione.

http://www.europeanrights.eu/public/commenti/BuffaIncontroCSMsuCEDU.pdf

sabato 14 luglio 2012

I TRE GENERALI

 Il Generale Senatore RAMPONI (PDL) ed il Generale Senatore DEL VECCHIO (PD) tornano a manovrare la riforma della rappresentanza militare, nel mentre che trattano il disegno di legge n. 3271 dell’Ammiraglio Ministro DI PAOLA recante “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale”.

I due Senatori Generali, ora assieme in maggioranza, hanno presentato l’emendamento 3.1 che prevede nella delega al Governo anche un “Adeguamento ed aggiornamento della normativa sulla rappresentanza militare” (sic).

Cosa significherebbe in concreto? Che l’attuale Ministro Ammiraglio avrebbe completa carta bianca nel riformare la rappresentanza militare come meglio gli aggrada, senza passare nè dal Parlamento, nè dai partiti e nè dai COCER, ma probabilmente solo dagli Stati Maggiori.

Ma d’altra parte non è forse la rapidità d’intervento una delle principali doti dello strumento militare? I tre Generali, seppur prestati alla politica, sicuramente se lo ricordano.

mercoledì 11 aprile 2012

LA SPECIFICITA' INSIDIOSA DEL GENERALE ROSSI E' IL FALLIMENTO DELL'ATTUALE RAPPRESENTANZA MILITARE

Gen. Domenico Rossi - presidente del CoCeR Interforze e Sotto-capo di Stato Maggiore dell'Esercito

Ancora una volta la “specificità” solennemente approvata con l’art. 19 della legge 183/2010 si sta rivelando per quello che già all’epoca dell’approvazione si poteva facilmente intuire: una norma “capestro” voluta e pensata dagli Stati Maggiori e da una certa politica ultraconservatrice per isolare i militari dal resto del pubblico impiego, riportarli agli anni ’70 ed annacquare tutte quei diritti conquistati a seguito della legge 382/1978 e della legge 121/1981. La specificità, infatti, è stata sinora applicata in modo difforme e contraddittorio: effettivamente e concretamente dal punto di vista delle limitazioni ed in maniera effimera e beffarda dal punto di vista delle compensazioni economico/previdenziali.

Dopo le pesanti penalizzazioni già operate dal precedente governo politico (congelamento stipendiale, blocco contrattuale, scippo dei fondi accantonati per il riordino delle carriere, TFS, mancato avvio della previdenza complementare, norme antiassenteismo, ecc.), il nuovo governo tecnico si accinge ad azzerare le compensazioni previdenziali ed a varare il c.d. Nuovo Modello Difesa (che prevede oltre 30mila esuberi nella sola componente militare), mentre già si parla di estensione al comparto dell’art.18 e di riforma/razionalizzazione del comparto sicurezza.

Parallelamente, dal punto di vista dei diritti, i militari hanno subito una compressione dei già limitatissimi diritti: l’esclusione delle revisioni introdotte alla legge 104, le novità furbescamente inserite nel nuovo Codice dell’ordinamento mikitare, l’assoggettamento alle procedure di mobilità, le interpretazioni restrittive sui diritti politici, la mancata riforma della rappresentanza militare e così via.

In questo contesto, le rappresentanze militari (o meglio la gran parte di esse con Esercito e Carabinieri in testa) sono oggi di nuovo lì, appiattite sulle posizioni degli Stati maggiori e dei sindacati di polizia a rivendicare la “specificità” economica (o meglio la miseria quello che né rimane), senza nulla profferire in tema di diritti e riforma della rappresentanza, come se questi aspetti fossero secondari, poco rilevanti o non riconducibili al concetto di “specificità”.

Sulle posizioni degli Stati maggiori, dei sindacati di polizia e, soprattutto, dalla rappresentanza militare è però necessario fare alcune considerazioni, necessarie per comprendere quanto l’attuale modello sia inadeguato, inefficiente, poco indipendente ed inadatto a tutelare gli interessi dei finanzieri.

Prima considerazione: gli Stati maggiori spingono per la remunerazione economico-previdenziale della specificità, in quanto attraverso la specificità detengono un potere gestionale pressoché assoluto e sono consapevoli che le forti limitazioni dei diritti imposte dalla specificità possono essere sopportate dal personale solo e soltanto in presenza di compensazioni economico-previdenziali adeguate e concrete. Una situazione estremamente delicata per quanto attiene i vertici delle polizie militari, la cui specificità rappresenta un’anomalia e non è oggettivamente giustificata dalla funzione espletata (prevalentemente di sicurezza e solo marginalmente di difesa), tanto che i poliziotti civili godono di ben altri diritti a fronte delle medesime compensazioni.

Seconda considerazione: i sindacati di polizia, spaccati e divisi in fazioni e per questo oscurati dai Cocer, spingono per la remunerazione della specificità, in netta controtendenza rispetto ai decenni passati quando spingevano per ottenere gli stessi diritti dei pubblici impiegati, in quanto, a diritti sindacali acquisiti, la specificità rappresenta solo e soltanto un’opportunità per spuntare migliorie economico-previdenziali o anche solo per evitare ulteriori tagli.

Terza considerazione: le rappresentanze militari spingono per la remunerazione della specificità perché attraverso di essa sperano di evitare i tagli economici e previdenziali; una strategia apprezzabile, ma fino ad un certo punto, soprattutto per quanto riguarda Carabinieri e Guardia di Finanza. Appare, infatti, legittimo e condivisibile che i delegati si battano per il mantenimento di stipendi e pensioni ma, vista la situazione delle casse dello Stato e l’atteggiamento di netta contrarietà alla remunerazione della specificità tenuto da questo governo tecnico e dal precedente governo politico (a parte i vuoti proclami di alcuni singoli esponenti), non sarebbe stato invece il caso di ribaltare la rivendicazione e chiedere l’equiparazione ai poliziotti civili in termini di diritti, invece che avanzare richieste di vantaggi economico-previdenziali che, come era facilmente preventivabile, erano destinate a rimanere insoddisfatte? O ancora non sarebbe stato il caso di avallare la specificità solo e soltanto a fronte di norme di salvaguardia economico-previdenziali concrete ed immediatamente cogenti e vincolanti?

Per la verità il Cocer Aeronautica ed il Cocer Guardia di finanza hanno più volte espresso questa posizione, ma in quella battaglia, a differenza di quella per la remunerazione economica della specificità, sono stati (guarda caso!) osteggiati da tutti gli Stati maggiori, inascoltati dai sindacati di polizia e, peggio, isolati dal resto della rappresentanza militare.

Tutti gli altri delegati Cocer (con qualche singola eccezione), hanno, infatti, assunto una posizione pro-specificità senza se e senza ma, accecati dalle vuote promesse del precedente Governo (o meglio da una parte di esso ben rappresentata dall’ex ministro La Russa), blanditi da proroghe e promesse di rieleggibilità e soverchiati dalla preponderante personalità del Presidente del Cocer Interforze, generale di corpo d’armata Domenico Rossi, Sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito. Tutti accaniti sostenitori di quel concetto di specificità isolazionista ed autoritario che lo stesso generale Rossi descriveva e proponeva già nel 2005 in qualità di capo del Reparto affari giuridici ed economici del personale dello Stato maggiore dell’Esercito (vedi documento ) e che, a mio parere, è (forse) idoneo per le Forze Armate, ma assolutamente inadatto e forse anche pericoloso per una forza di polizia e, soprattutto, per una forza di polizia economico-finanziaria.

Questo concetto di specificità, concepito dagli Stati maggiori delle Forze Armate e pensato per la sola funzione di difesa, che presuppone il soldato/poliziotto come una sorta di “missionario” obbediente e fedele, è divenuto il cavallo di battaglia della rappresentanza militare, speso in nome di tutti i militari ed anche dei poliziotti militari, secondo una strategia miope e poco avveduta che non ha tenuto conto della crisi economica e del fatto che già prima delle riforme degli anni ’80 quel concetto di specificità era già attuato a tutto danno del personale.

Questa strategia, figlia dei difetti strutturali dell’attuale modello di rappresentanza militare, della sua eterogeneità, della sua debolezza congenita, della sua inadeguatezza e, soprattutto, della sua permeabilità alle influenze di politica e Stati maggiori, ha finito per regalare a tutti i militari ed in particolare a Finanzieri e Carabinieri questa specificità farlocca, beffarda ed addirittura dannosa per l’efficienza stessa delle polizie militari.

In due parole, dietro il fallimento della specificità, c’è il fallimento della rappresentanza militare e la necessità impellente e non più rimandabile di riformare questo strumento.


GIANLUCA TACCALOZZI
Presidente Direttivo Nazionale Ficiesse



SIMONE SANSONI
Segretario nazionale Ficiesse

giovedì 15 marzo 2012

Decreto armonizazione pensioni. Basta Governo tecnico, andiamo al voto



Con la recente Manovra (L.214/2011) “Salva Italia”, recante “disposizioni urgenti per la crescita, l'equità' (!?) e il consolidamento dei conti pubblici”, è stato profondamente cambiato il sistema previdenziale, con il triste risvolto, che per “salvare l’Italia”, gli italiani delle categorie più deboli non si sono salvati. Per il Comparto Difesa e Sicurezza, in virtù di una decantata “Specificità”, è stato tutto rimandato ad un Decreto “ad hoc” di armonizzazione, da emanarsi entro Giugno 2012.

In virtù di ciò, l’altro giorno i Sindacati di Polizia e Vigili del Fuoco si sono incontrati con i rappresentanti del Ministero del Lavoro e dell’Economia. Chiaramente le Rappresentanze Militari, “brutte, sporche e cattive”, non sono state invitate, si muovono a tentoni, cercano di origliare in attesa che qualcosa si muova. I rappresentanti del Governo sono stati chiari, occorre ridurre il DIFFERENZIALE attualmente previsto tra i Comparti Difesa e Sicurezza e il restante Pubblico Impiego.

Vediamo in sintesi cosa hanno proposto i Ministeri:

- Aumento da 1 a 3 anni dei limiti di accesso alla pensione di vecchiaia. Entro il 2018 si potrà andare in pensione tra 60 e 63 anni. Dopo il 2018 è previsto un innalzamento dell’età a 66 anni;

- Proposto di ridurre le “supervaluazioni” da 5 a 2 anni;

- Eliminazione Ausiliaria;

- Revisione delle Pensioni Privilegiate;

I rappresentanti del Governo hanno manifestato l’intenzione di giungere entro la fine di Marzo allo schema di Decreto per essere successivamente approvato dal Consiglio dei Ministri entro Giugno. Se queste sono le intenzioni del Governo rese note ai sindacati in occasione del primo incontro, pur immaginando dei margini di trattative, le speranze di una giusta considerazione per i Comparti cessano.

Teniamo conto che nell’ambito del Comparto Difesa il problema è doppio, legato all’innalzamento dei limiti di età, incombe il “Nuovo Modello di Difesa” con tagli ed esuberi da collocare. Con le attuali proposte del Ministero del Lavoro ed Economia, nella migliore delle ipotesi, tagliando 3 anni di “supervalutazioni” ed aggiungendo 3 anni all’età anagrafica, significherebbe aumentare immediatamente l’età lavorativa di 6 anni. Addirittura, per coloro che andrebbero in pensione dopo il 2018 si aggiungerebbero altri 3 anni di attività lavorativa, per un totale di nove anni (Azz!).

In queste nuove condizioni, persino una Revisione del Nuovo Modello di Difesa in 20 anni porterebbe danni mastodontici, figuriamoci una revisione del Modello in appena 12 anni (!?). QUARANTATREMILA persone da sfoltire si troverebbero una aggiunta età lavorativa tra i 6 e 9 anni. Come è possibile pensare che non sarà fatta “MACELLERIA SOCIALE”? A questo punto appare chiara la proposta di SMD di estendere la MOBILITA’ INTERCOMPARTIMENTALE o in CONGEDO (D.lgs, 165/2001, art.33) anche al personale militare come avviene nel restante Pubblico Impiego. Tutto ha senso e si prospetta sotto una luce diversa. Alcuni già conoscono e predispongono il nostro futuro, però non hanno il coraggio di dire le cose come stanno.

Come al solito, queste notizie le apprendiamo dai Sindacati di Polizia, le Rappresentanze Militari fanno la parte delle “Cenerentole”, sottoimpiegate sono lo specchio del restante corpo del personale nelle FF.AA.. Ai tavoli con i funzionari del Ministro del Lavoro ed Economia sono state volutamente escluse. Prive di indignazione, tutto questo succede mentre due Marò si trovano in carcere in India, senza neanche sapere perché, erano e siamo tutti convinti che stessero facendo semplicemente il loro lavoro. Eseguivano ordini, hanno avuto fiducia di chi li ha impiegati, salvo rendersi conto che ora si trovano nelle grane. I due episodi sono facce della stessa moneta, una metafora della condizione militare.

Vicinanze governative e comprensione per il lavoro che si svolge ne esiste poca. In questa finta “caccia al privilegiato”, dopo che l’Italia è stata salvata dalle fasce più deboli, compresi noi militari per quegli aspetti che ci accomunano come l’IMU, l’aumento della Benzina, sigarette e via discorrendo, eravamo fiduciosi che anche altre categorie più benestanti sarebbero state toccate ed invece non abbiamo visto nulla di significativo. Liberalizzazioni, lotta all’evasione, ritocchi agli stipendi milionari, riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, nulla, nulla, nulla. Solo maliziosi rimandi. Persino i blitz fiscali a Cortina d’Ampezzo o di Sanremo, con il senno del poi, danno l’idea di una montatura mediatica volta a calmare gli animi di chi realmente è stato tartassato nelle pensioni e su tutto il resto.

Il rischio che si inneschi una guerra tra poveri, tra coloro che sono andati in pensione in questi ultimi 5 anni e chi andrà nei prossimi cova nell’animo dei nuovi malcapitati. E’ troppa la differenza di chi ci ha preceduto di poco e di chi seguirà. Anni di servizio, coefficienti di trasformazione pensionistica, TFS tutto in cascata libera per una generazione tra i 40 e 50 anni. Ed è sempre questa generazione che soffre del sistema Contributivo e della mancata ’attivazione dei Fondi Pensioni da ormai 16 anni, (“cornuti e mazziati!”).

D’altra parte, il Governo tecnico ha l’alibi che i politici hanno distrutto il paese, non sono CREDIBILI e in grado di ricomporre la situazione. Sembrano avere carta bianca come è successo per le olimpiadi e come si vorrebbe che succedesse ora per le pensioni dei militari. Il paese è alla deriva, le garanzie sociali si perdono, si è messo in discussione la sanità, la scuola ed ora anche la sicurezza e difesa dei cittadini.

A questo punto non rimane che sperare che il Governo cada e si vada a votare, probabilmente non servirà, al peggio non c’è mai fine, però si allontana il rischio. Non si tratta di egoismo corporativo, bisogna invertire il trend, salvare gli italiani prima ancora che l’Italia. Ahimè, Italia ed Italiani non sono più la stessa cosa. La Nazione sono i numeri, l’economia, il PIL, lo spread, gli Italiani sono le persone, i sentimenti, le paure, le speranze, i sacrifici. Il declino della nostra società prima ancora che economico è etico. Mancano i valori di riferimento, fiducia nella classe politica e dirigenziale, nelle istituzioni. Lobby e burocrati non mollano la presa.

Propagandare come privilegi le “supervalutazioni”, le “pensioni per causa di servizio”, i limiti di pensione di vecchiaia per poliziotti e militari significa non riconoscere le ragioni profonde che sottendono a certe tipologie di lavoro nello Stato. Se così è, vada tutto in malora andiamo a votare e tiriamo a campare fin che si può.

Ferdinando Chinè

Indagine conoscitiva sulla riforma fiscale: audizione del professor Tommaso Di Tanno